Certamen Letterario “la pubertà”
I racconti identificati da un titolo, possono essere firmati con uno pseudonimo e dovranno essere inviati unicamente via email come allegato Word (.doc) all’indirizzo di posta elettronica info@etempodiscrivere.it. Sarà inviata dall’organizzazione del concorso una email di convalida. La partecipazione è gratuita.
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meduse aliene
di Guido Pistorio
YW 23 navigava a velocità di crociera a bordo della sua navetta spaziale sportiva metallizzata. Andava a trovare il suo vecchio zio spilorcio sulla sesta luna di Bacco, dove questi possedeva terreni per un’estensione di tre quarti del pianeta. Il pianeta era grande pressappoco quanto Marte, ma in larga misura fertile ed abitabile, almeno dagli alieni della specie di YW 23 e di suo zio, WX 11, che avevano assai poco di umano. Si trattava di grosse meduse intelligenti, di enormi gelatine iridate in grado di assumere qualsiasi forma. Questa era la caratteristica distintiva all’origine della loro evoluzione, come per l’uomo il pollice opponibile. Non avevano arti, busto, connotati fissi, come i normali organismi animali, ma una massa inorganica indifferenziata che produceva nuovi arti, connotati ecc. ogni volta che si rendesse necessario, adattandoli alle particolari circostanze ambientali.
Il nostro medusone flaccido se ne stava dunque spaparacchiato al posto di guida come un enorme sputo catarroso e non era un bello spettacolo a vedersi penso neanche per le femmine della sua specie. I comandi erano costituiti da innumerevoli ventose di gomma di varie dimensioni e colori e YW 23 vi aderiva con tutto il corpo. Era concentrato sul discorso che avrebbe fatto allo zio per carpirgli uno dei suoi prestiti ad usura.
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I devoti di San Bastardo
[Pubblico il racconto vincitore del decimo Certamen Letterario Ètempodiscrivere "la cattiveria" . fg.]
di Frank Usa
Voci narrano di un paese dell’entroterra siculo, Vignafiorita, arroccato tra i monti peloritani e raggiungibile solo attraverso impervie e tortuose mulattiere, in cui, fino a tempi non troppo remoti, una singolare ed alquanto inedita festa patronale aveva luogo. Col farsi dell’estate, il 21 giugno, alle prime luci dell’alba, tra rintocchi di campane, fuochi e botti d’ogni risma, sul sagrato della chiesetta della Santissima Maria ed Addolorata, ogni anno veniva trainata da uno stuolo di devoti una statua di santo. Essa vedeva luce a fatica, dopo un anno di segregazione negli antichi sotterranei della chiesa, ove era confinata per cagioni di decoro e di rispetto alle superne effigie dell’altare e delle navate.
Come estratta da un immane forcipe, la sagoma santa, trainata da una cordata di devoti in costume da satiro, finiva con lo sbucare dal grazioso portico in ferro battuto quasi all’improvviso, nell’indeterminatezza nitida di quegli abbagli mattutini, fra le ali di folla vibranti di soggezione. Ne veniva fuori un simulacro imponente, una caricatura sconcertante sostenuta da un gigantesco fercolo, quella di uno smisurato monaco pazzo in saio marrone posto in un’assurda posa da “sciatore” , con i pugni chiusi paralleli alle tempie e le gambe in perenne trazione. Un monaco dal viso contratto in una smorfia d’odio, i denti serrati e gli occhi sbarrati ed iniettati d’un ancor più inconcepibile luminescenza di sclerotica, sinistre fattezze che rimandavano a quelle d’un forsennato che avesse brama di luce e fame d’aria, ad un prigioniero torturato e voglioso di vendetta più che ad un pio servitore di Dio.
